Dario Fo, un saluto al compagno camerata a cinquestelle




Andare controcorrente prima poi ti fa sbattere con la testa da qualche parte. Non faccio di sicuro come Mogol che vuole “guidare a fari spenti nella notte per vedere se è così facile morire”, ma una dose di adrenalina, di rischio a dire ciò che si pensa realmente, devi metterla in conto. Il politicamente corretto poi, lasciamolo al Presidente della Repubblica o a chiunque rivesta ruoli che necessitano di un certo equilibrio per non destabilizzare la società. Uno di questi ruoli, di riferimento diciamo, è stato mal rappresentato da Dario Fo. Da cattolico, prego per la sua anima, possa riposare in pace e che possano essergli perdonati i peccati (agli occhi del Signore) se mai ne abbia commessi. Non sta a noi giudicare. Ma sulla sua condotta di vita pubblica non mi ritrovo in linea con il resto del mondo.

Le correnti di Dario Fo

Il ruolo che ha ricoperto Dario Fo come personaggio pubblico, dicevo, è poco chiaro e a mio avviso poco condivisibile. Ho sempre trovato i voltagabbana e chi si lascia trasportare dalla corrente, appunto, come uomini senza spina dorsale e al tempo stesso molto, molto egoisti. Lo sanno anche le pietre dei muri, Dario Fo si è arruolato volontariamente nell’esercito della Repubblica di Salò nel 1943. E su questo, non si può dir nulla se non che in quell’epoca tra olio di ricino, guerre mondiali e guerre civili tutto poteva accadere. Anche questo. Ma quello che mi stuzzica il cervello sono le altre sue militanze. Negli anni di piombo amico della sinistra armata. Nei primi 2000 attivista e supporter del centro sinistra e dei No Global. Nel 2013, prima sostenitore di Ingroia e poi del M5S. Mi sa tanto di paravento. Per non utilizzare un termine più specifico e non offendere l’anima di una persona che non c’è più.

Per un personaggio pubblico c’è bisogno di marketing

Dal lato marketing, per un personaggio pubblico, tutte le succitate condivisioni politiche sono una gran bella risorsa. Sempre vicino al popolo dei giovani che fanno rumore, comunque la pensassero. Ora, si potrebbe dire che il suo grande spessore culturale, tanto spesso da portarlo al premio Nobel, lo collocherebbe al di sopra di ogni parte, al di fuori delle sue “appassionate” idee politiche. No. E’ peggio. Non dico che un premio Nobel non debba avere idee proprie, ma credo che chiunque venga insignito di tale riconoscimento, trasformandosi in un simbolo per un Paese, per una Nazione, rientri naturalmente nello status di cui sopra, proprio a un Presidente della Repubblica o similare. Quel politicamente corretto che odio sì, ma che dovrebbe adottare ogni persona chiamata a rivestire (anche suo malgrado) un ruolo tendente ad unire e non a dividere. Anche se in tutta sincerità nemmeno le sue opere letterarie mi abbiano mai entusiasmato più di tanto.
Fabio Gambacorta


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